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Aprile 2010 – L’essere umano, indipendentemente dalla sua nazionalità, è il cuore del nostro sistema sanitario. In Italia si tutelano della dignità e della sicurezza di tutti, anche delle donne immigrate che vivono in condizione di clandestinità. La legge numero 40 del 1998 e altri documenti programmatici sull’immigrazione e la sanità, assicurano infatti ad ogni donna italiana o straniera l’assistenza sanitaria, economica e sociale, il sostegno psicologico e la parità di trattamento in ambito lavorativo.
La prima forma di assistenza sanitaria e assistenza sociale è erogata dai consultori a cui si accede in modo anonimo e gratuito. I servizi solitamente riguardano la gravidanza, l’interruzione volontaria della gravidanza, la menopausa, la contraccezione, la sterilità, l’infertilità e il sostegno psicologico e l’ascolto da parte di mediatori interculturali e assistenti sociali per agevolare l’accesso ai servizi e la relazione con gli operatori sanitari.
Come le donne italiane anche le donne immigrate hanno diritto alle cure ambulatoriali e negli ospedali del Servizio sanitario nazionale. In queste strutture agli stranieri extracomunitari sono garantiti gli interventi di prevenzione, quelli per la tutela della maternità, l’assistenza ai bambini, le vaccinazioni, la diagnosi e la cura delle malattie infettive.
La tutela della maternità è garantita a tutte le donne, italiane e straniere e si estende anche alle mamme extracomunitarie non in regola, che possono infatti chiedere il permesso di soggiorno per motivi di salute, per il periodo della gravidanza e per sei mesi successivi alla nascita del bambino. I controlli sono gratuiti nei nove mesi che precedono il parto e fino all'età di sei anni del bimbo. In tutti gli ospedali pubblici la donna immigrata può ricoverarsi in anonimato e decidere di non riconoscere il bambino. La rinuncia al bambino può essere fatta sia al momento del ricovero che al momento del parto.
E’ bene precisare che il bambino ottiene tutte le cure necessarie dagli operatori sanitari e specialisti fin al momento dell’adozione. In genere infatti, i bambini lasciati in ospedale trovano una famiglia adottiva in tempi brevi.
La donna immigrata che lavora gode degli stessi diritti di una lavoratrice italiana in tema di maternità, la cui tutela è regolata in base al tipo di lavoro. La lavoratrice dipendente regolare
Le lavoratrici autonome hanno diritto a una indennità con regole diverse dal lavoro dipendente. La collaboratrice domestica per esempio ha diritto al congedo di maternità e per ottenerlo deve avere almeno sei mesi di contributi settimanali nell’anno precedente oppure un anno di contributi nel biennio che procede l’inizio del periodo di astensione. Se la gravidanza è iniziata all’interno del rapporto di lavoro non può essere licenziata fino al 3° mese dopo il parto.
Infine come accade anche per le donne italiane, l’immigrata con figli, senza lavoro o comunque con un reddito basso, può richiedere un assegno di maternità, ma deve essere in possesso della carta di soggiorno.
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